Le Memorie del Piccolomini

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Perrin
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Le Memorie del Piccolomini

Messaggio da Perrin » martedì 10 dicembre 2019, 20:28

Purtroppo tra la fine del live (e l'esplosione del Piccolomini) e questo non è stato possibile consegnare a chi di dovere (Asia, Claudia, Manconi e Mattonai erano i "prescelti") le memorie che Piccolomini aveva detto di cercare, prima di esplodere e morire male. A questo punto, con la fine della campagna voglio condividere con voi tutti questo scritto, realizzato prima che i custodi mi rivelassero la campagna. Sperando di far cosa gradita, se qualcuno volesse, ecco quanto aveva capito il professor Piccolomini.





Ho paura. Forse basterebbe questo per sintetizzare tutto ciò che scriverò, ma le cose sono molto più complesse. Ho paura; ma non posso permettere che essa mi domini. Eppure so. Eppure conosco già cosa succederà: la dolce signora con la falce verrà a prendermi. E questo pensiero spaventoso però non può portarmi né alla pazzia né alla resa. Combatterò la paura e combatterò l’ignoto, con tutta la mia conoscenza e forza. Sarò un novello Ettore che lassù sulle mura di Troia si prepara a salutare Andromaca, sapendo che il prossimo passo lo condurrà alla fine. Io non so quanti passi mi restano, ma so che non sono molti ormai. E so che come Ettore continuava a camminare per difendere la propria città, io continuerò a camminare per proteggere coloro che non sanno. Io continuerò, perché a me è stata data la conoscenza ad un duro, durissimo prezzo che non voglio che altri siano costretti a pagare se potrò evitarlo. Eppure c’è una fondamentale differenza con il troiano: io non conosco il mio Achille. L’ho solo intravisto tra le scure ombre, anzi li ho intravisti. Perché la realtà è questa: non so di chi sarà la mano che con il duro ferro mi perforerà il cuore, ma so che a brandire quella lancia potrebbero essere molteplici mani.

Questo sembrerà il delirio di un folle. È forse la realtà? Sono io folle? Può un folle considerarsi folle? Non lo so. Però ho visto molto, ho sollevato quel velo della realtà che era meglio lasciare giù. Ah, beata ignoranza! Tuttavia non cambierei il passato. Sollevare quel velo è stato necessario e così tutti i passi successivi sono stati dettati dalla necessità: all’inizio ero spinto dalla volontà di salvare me stesso e di capire, di discernere la realtà, ma poi… poi l’unica cosa che ha guidato il mio cuore e la mia mente è stata la volontà di evitare a chi non poteva difendersi di cadere vittima dei tranelli tesi, invisibili ai loro occhi ma ormai non più ai miei.

A te che leggi, te, mia Andromaca, sappi che se i tuoi occhi si sono posati su queste carte la mia fine è giunta. Ti chiedo quindi di fidarti di me, ancora una volta, e continuare a leggere per capire. Per comprendere. Ma sappi che se leggerai io ti vincolerò. Se io non sono più su questo mondo, se il mio petto non si alza più ispirando l’aria di questa vita, beh allora vuol dire che adesso il dovere di cui mi ero fatto carico cade su di te. Sai i rischi, sai cosa mi è successo: quindi se continuerai a leggere sappi che io ti considererò vincolato. Ma sei ancora in tempo a smettere, a cessare la lettura ed a rimettere queste carte ove le hai trovate. Ma se scegli, come ho fatto io, di combattere per chi non ha forze, di sapere per chi non conosce, di spingersi là ove pochi hanno osato, allora continua a leggere perché qui vi è tutta la mia esperienza che potrebbe rivelarsi molto preziosa per te. Il rischio lo conosci: morte e follia si sfideranno in una lotta per afferrarti, per prenderti e consumarti finché della tua essenza niente sia rimasto.

La mia storia comincia molto tempo fa. Forse grazie alla mia famiglia, ora me ne rendo conto, o forse grazie alle mie conoscenze riesco ad ottenere la cattedra di antichità all’Università di Siena. Fu là che un giorno conobbi il Cellini. Egli mi mostrò delle statuette a cui ero molto interessato ed avviammo delle trattative. Seppi però successivamente che era morto ed aveva lascito un testamento a cui era richiesta la mia presenza. Andai. Là conobbi delle persone con cui legai particolarmente. Mi sento di dire che i contatti che si instaurarono a seguito di tale incontro furono saldati dall’esperienze successive al punto che, alcuni, divennero quasi fratelli, altre sorelle ed una addirittura amante.
Quando arrivai alla dimora Cellini, ove sarebbe stato letto il testamento dal notaio Maccari, trovai molte persone convocate con molteplici cause ma tutte con qualche legame con il defunto. Là iniziarono ad accadere strane cose: immagini che svanivano, oggetti che si spostavano ed altre stranezze. Una persona impressionabile, complice la dimora isolata, avrebbe perso i nervi. Ed in effetti alcuni degli invitati dettero in escandescenza. Per quanto mi riguarda, rimasi abbastanza tranquillo, anche se, devo ammettere, sul momento qualche salto lo feci, preso alla sprovvista da un improvviso rumore o cigolio. Ciò a cui nessuno era pronto è quello che seguì. Amata, una donna vissuta centinaia di anni fa, la cui storia era stata tramandata in antiche pergamene, si manifestò. E con “si manifestò” intendo dire che la sua presenza era talmente tanto tangibile che ferì con carni bruciate e brucianti alcuni dei presenti, tra cui la dolce Ambra e la bella Anita. Zeno, colui che divenne prima amico, successivamente nemico e poi di nuovo amico, dottore molto competente, tamponò come poteva tali ferite. Ovviamente fu il caos: il vaso di Pandora era stato aperto. Scoprimmo che alcune persone erano state ingaggiate dal Cellini, non defunto ma vivissimo per uno “scherzo” o “esperimento”. Essi avevano iniziato a spostare gli oggetti ed a creare illusioni con gli specchi per giocare con le nostre menti. Ma non avevano né controllo né responsabilità di ciò che era avvenuto in seguito, né venne fuori il responsabile del rituale trovato fuori (di cui resta una traccia in un appunto della borsa). Trovammo una stanza segreta che aveva ospitato il Cellini che, celato ai nostri occhi, controllava tutte le nostre mosse. Egli però non c’era più: era sparito. Rimanevano generi alimentari di dubbio gusto, beni personali e dei biglietti per il giorno successivo, mi pare. Tutt’ora non so dove possa essere andato, né se sia vivo o morto; anche se ho un’idea, un’idea per la quale non sei ancora pronto giunto a questo punto.
Del Cellini non c’era traccia e la servitù che era stata ingaggiata per raggirarci era ormai in fermento: persa, senza sapere che stesse accadendo o che fare. In quel momento iniziammo a fare luce: come ti ho detto delle antiche pergamene raccontavano la storia di Amata e noi le leggemmo e le interpretammo, ne trovammo altre che testimoniavano come la casa fosse preda di cattivi eventi da tanto tempo. Capimmo insomma che quello che stava succedendo era già successo. Capimmo che nessuno dei presenti stava più scherzando. Capimmo che ci stavamo per addentrare troppo oltre. I fantasmi esistono. Ed un fantasma alla fine, dopo aver provato a comunicarci il suo dolore ed a raccontarci la sua storia, ci maledisse.
Fu così che cademmo in uno strano sonno. Questa parte è fondamentale. Fummo divisi. Quando ne uscii ero sconvolto per ciò che avevo vissuto e solo recentemente, ordinando gli appunti sono riuscito a capire. In quel momento ognuno di noi, frastornato, incosciente ed inconsapevole, si legò ad un Qualcosa. Eravamo cinque gruppi ed ogni gruppo si legò ad un diverso essere, ad una diversa entità. Ho degli appunti che porto sempre nella borsa: ti occorrono perché sono troppo preziosi perché io li trascriva qui. Inoltre è bene che chiave e serratura siano in luoghi diversi. In tutte le “stanze” ognuno di noi fu costretto ad un atto, che di per se poteva essere senza pretese ma che in realtà portò all’istaurarsi di un legame infrangibile con una di queste entità. Qualcosa non mi torna nei conti, ma a te che leggi ti posso assicurare questo: ora come ora siamo pedine, pedine su una strana scacchiera a più giocatori. Io ne ho conosciuti tre. E te ne parlerò più avanti. Negli appunti nella borsa troverai un grande foglio protocollo ripiegato. Li sono descritte tutte le esperienze delle cinque stanze con i nomi di chi vi faceva parte.
Ciò che mi preme che tu capisca è che lì fu dove tutto iniziò. Ci svegliammo indenni, nonostante durante il “sogno” alcuni di noi fossero morti e poi tornati in vita o avessero perso arti a causa dell’azione corrosiva di un potente acido. Il tutto non aveva senso per le nostre povere menti. Non ancora.

Dopo quegli eventi rimasi particolarmente legato a Zeno, come ti ho anticipato. Egli si prodigò tantissimo per capire e per salvare tutti. Emanava un’aura di saggezza e rispetto che poche volte ho visto in questa vita. Ma devo essere onesto: sicuramente legai molto con Zeno anche perché rimasi affascinato fin da subito dalla sua assistente, Anita, dagli occhi profondissimi che cercava di tenere bassi in segno di umiltà ma che, se alzati, esprimevano un fuoco inestinguibile che bruciava, ardente di passione. Ella mi fece assistere quando provò ad entrare in contatto con Amata. Lei non sapeva leggere eppure il ciondolo si muoveva sul cerchio componendo frasi toccando ogni volta una lettera diversa. Frasi che non potevano esistere. Frasi che nascondevano una conoscenza così personale che un essere umano non avrebbe potuto avere.
Ma non sono stati i soli: durante quei giorni ho conosciuto molte altre persone: un carabiniere mingherlino di nome Riccardo, uomo d’azione deciso che ha combattuto contro l’esile corpo fornitogli dalla natura; Ambra, dolce fanciulla dai capelli biondi, sempre cara e disponibile, di umili origini; il Maggiore Landi, anch’egli uomo d’azione deciso la cui prematura scomparsa ci fece capire a tutti che non erano ammessi errori in questo perverso gioco; il Balestri uomo dalla dubbia moralità ma di mente svelta che con poche mosse spesso risolveva intricate situazioni; Adelchi, il cui brutale tradimento è paragonabile a quello di Bruto, adottato dal grande dittatore che condanna a morte con il proprio pugnale; Don Silvano, Cassio che accanto a Bruto continuava a infilzare il corpo di Cesare; Terzilio, grande uomo di scienza dalla gamba sbilenca, mente svelta e carisma da vendere; la signora Smith, la cui mente ormai si discosta dalla realtà; il signor Tremonti, antiquario; il signor Nevio, investigatore privato; il conte degli Odescalchi, il sign Italo e ovviamente Domenico, la cui alta spiritualità fu ben evidente a tutti fin da subito.

Abbiate pietà per questa parentesi. Forse sarete annoiati da questo elenco di nomi e ricordi. Devo ammettere che l’emozione mi ha governato e mi sono allontanato dal tracciato. Il fatto è che pochi di quelli menzionati sopra sono ancora vivi. Ed alcuni sono stati uccisi proprio da chi consideravano alla stregua di un fratello e questo solo perché la loro mente ed il loro cuore era stato avvelenato dalle necessità di questo perverso gioco. Per questo io so che poco tempo mi resta davanti: molto tempo dopo casa Cellini feci una promessa e nel volerla mantenere so che resterò schiacciato. Spero solo che il mio sacrificio non sia vano ed aiuti a salvare vite e menti dalla perdizione. E spero che il supplizio non venga doloroso come a Prometeo le cui viscere vengono divorate il giorno e ricrescono la notte.

La mattina dopo quell’esperienza incredibile, eravamo provati e nel corso della giornata successiva ognuno di noi tornò alle proprie vite. Era impossibile però lasciare tutto indietro, così ci tenemmo in contatto. Alcuni di noi volevano solo dimenticare, altri, tra cui io e Zeno, volevano capire e comprendere. Fu così che iniziammo a porre domande, ad interrogare libri, a cercare corrispondenze con le poche tracce che avevamo a disposizione. Zeno era affascinato da un simbolo particolare, anch’esso è riportato sugli appunti nella borsa, ma vi invito a non tracciarlo, in quanto solo male ne è derivato. Ci tenemmo in contatto e cercammo di capire chi ci avesse “giocato” questo scherzo; alcuni di noi si ritrovarono a casa di Zeno Farnese per tirare le somme. Il notaio Maccari era la persona che più di tutte pensavamo potesse essere sospetta… ah quanto sbagliavamo! Era forse ancor meno di una pedina… Ma nel dirvi perché vi introdurrò al secondo capitolo di questa triste storia.

Ricevemmo tutti un invito per una grande festa in maschera organizzata proprio dallo studio notarile. La mia famiglia adottata era legata da un voto ed animata da un’unica intenzione: capire ed agire. Così, uniti, ci dirigemmo là. Pensavamo di aver capito cosa fosse un incubo, ma eravamo ancora lontani dal capirlo. Durante la serata mondana fummo intrattenuti da molteplici spettacoli e chiacchere; c’era una sfida per le maschere, ormai giunta alla quarta edizione. Tra le varie maschere ve n’era una molto particolare, che aveva vinto l’anno precedente: era stata presa da un antropologo, presente anche a quell’evento, da una qualche tribù dell’Africa più remota. Perdo tempo a parlarne perché essa è alla base di ciò che successe dopo. Nonostante l’avessimo indossata in diversi, me compreso, quando la indossò uno degli invitati che non conoscevo essa in qualche modo reagì, direi soggiogandolo alla sua volontà in qualche modo. O forse, egli riuscì a domarla rivelando le sue vere intenzioni. In ogni caso quella figura fece scendere delle tenebre oscure e fredde intorno alla casa. Cercare di percorrerle significava morte, come qualcuno sperimentò sulla propria pelle. Poi egli scappò e orde di negri e di creature composte d’ombra con artigli affilati comparvero prendendo d’assalto la casa e gli invitati. I negri utilizzavano un veleno per immobilizzare la preda, per poi portarla all’esterno e là, dopo aver pronunciato alcune incomprensibili parole, le perforavano il petto; la loro mano si rialzava successivamente stringendo il cuore ancora battente di colui che ai loro piedi, esalava l’ultimo fiato di vita guardando le propria interiora. Il maggiore morì così. E con lui molti altri.
Ci salvammo da quella situazione solo grazie a cinque misteriosi doni che ricevemmo. Questa cosa è fondamentale per capire i giocatori di questo perverso gioco. Infatti a ricevere i doni fu una persona per ogni “stanza”. Questo tassello così ovvio rimase in realtà a lungo celato, e solo molto tempo dopo si riuscì a guardare indietro ed a capire. In quel momento i giocatori erano ancora 5. Di questi cinque sono riuscito a scoprirne tre soli che vi anticipo: sono in qualche modo rappresentati da una parola, per capire, ma in realtà questi giocatori sono entità potentissime e vecchissime che muovono i fili in modi incomprensibili agli uomini. La loro natura è ineffabile. Ma per ora accontentiamoci dei soprannomi con cui li indicherò d’ora in poi: il Ragno, il Serpente e la Violenza. Chi fossero gli altri due non so. In quel momento erano in cinque, dicevo, ed ognuno mandò un dono ad uno “dei suoi” che ci aiutò a superare il momento. Altra cosa: a quella festa erano presenti due persone bizzarre ma soprattutto malvage. Erano in qualche modo perverse: una fu colui che indossò la maschera mentre l’altra pretendeva per darci la conoscenza che aveva, necessaria a risolvere la situazione, di prelevare strisce delle nostre carni per mangiarle. Strinsi un patto con lei, per dargliela, consultandomi con Zeno che già si era prestato al gioco. Ma gli occhi pieni di paura di Anita che mi imploravano di non farlo, di non cedere, mi portarono ad un indugio. Tale indugio fu propizio perché l’antropologo presente mi confidò un modo per prendere i ricordi senza permesso. Ormai ero propenso a credere che quegli stregoni in Africa che chiamiamo selvaggi, fossero ben più saggi di noi: dunque gli credetti. Balestri addormentò con un sacco di sabbia la donna ed effettivamente io ed un gruppetto di altri viaggiammo nella sua mente accedendo alle risposte di cui avevamo bisogno.
Quando le nostre anime rientrarono nel nostro corpo la festa era un lago di sangue e Zeno mi parlò aspramente. Il mio interesse per Anita, la sua assistente, aveva avvelenato la sua mente e si sentì tradito dal mio cambio di strategia per affrontare il problema. Nella concitazione infatti non c’era stato modo di avvisarlo e non capì mai le mie intenzioni sentendosi tradito. Le informazioni comunque si rivelarono essenziali e così riuscimmo a scamparla. Ovviamente fu difficile spiegare i morti ed il sangue. Della maschera si persero le tracce mentre noi eravamo in cella. Ma fummo rilasciati. Il perché lo ignoro ma lo immagino facilmente: a che servono pedine congelate? Non ho ancora capito se chi ha fatto sì che la faccenda si insabbiasse fosse amico o nemico ma d’altronde… esistono davvero amici e nemici in questo mondo? Forse sì… forse no…. Zeno del resto è stato sia l’uno sia l’altro e così anche Adelchi. Del resto però Ambra e Riccardo non sono mai stati ostili; anzi. E Anita… ormai lei è persa, come tutti.

Dopo quel giorno Zeno divenne introvabile; seppi solo successivamente che aveva lasciato la casa, la famiglia e Anita stessa, animato da chissà quale volontà. Forse le mie attenzioni per la sua assistente lo avevano sconvolto, forse il mio cambio di strategia, forse il sentirsi legato a qualcosa di profondamente sbagliato. A me non rimase che continuare a studiare. In quel momento iniziai a pretendere che non fosse successo niente. Eppure andavo a letto e mi trovavo a pensare che laggiù in Africa qualche negro senza libri, senza cultura, senza civiltà, sapeva più di cose di me. Sapeva più di Augusto Enea Piccolomini, professore che aveva votato la propria vita alla conoscenza. E non lo accettavo.
Questo mi portò a riflettere. Inizia a pensare che forse anche gli antichi sapevano cose che noi avevamo dimenticato. Che forse tutti quei racconti che noi chiamiamo miti, non erano fantasia. Del resto avevo sognato tavolette di un’antica civiltà nella mia “stanza”, bassorilievi antichi che non potevano esistere ma esistevano. Avevo visti oggetti di fattura occidentale, molto antichi, ma con contaminazioni sudamericane, in un momento storico in cui i due continenti erano separati. Avevo visti negri con le cerbottane comparsi dal nulla ed un uomo mascherato continuare a camminare dopo due colpi di pistola alla testa. Ero stato all’interno dei ricordi di una persona addormentata, prelevandoli. Avevo visto fantasmi. Avevo visto creature di tenebra comandate da negri con tamburi come fossero cani, novelli Cerberi a guardia degli Inferi. Forse allora Zeus esisteva; forse se avessi detto le giuste parole, fatto i giusti gesti, avrei potuto… che so? Evocare saette come Zeus? Comandare i mari come Poseidone? Avere discernimento dell’Ade come Anubi? Conoscere il futuro come Odino? In qualche modo avevo alzato il sipario a questo mondo, scoprendo che alla fine nonostante tutto il nostro recente progresso, nonostante tutte le nostre tecnologie, nonostante tutte le nostre nuove conoscenze, gli antichi erano forse più avanti di noi, esattamente come lo erano i negri dell’Africa.

Non potevo ignorare la cosa; così iniziai a sperimentare. Recuperai le informazioni sui testi, nelle iconografie, strappandole al terreno che gelosamente le aveva custodite per tutti questi anni. Iniziai a pregare tutte le religioni. Iniziai a studiare gli antichi alfabeti magici. Mi interessai dell’occulto, della magia, della religione e della stregoneria. Feci i primi passi sul cammino che mi ha ormai portato, se tu o mia Andromaca stai ancora leggendo, alla morte. Non me ne pento; anzi! Furono i primi passi che feci da solo. Non spinto, non tirato, non costretto. Li feci perché volevo. Li feci perché mi era impossibile non farli però. “Liberi soggiaciamo” diceva il grande Dante parlando del nostro libero arbitrio e dell’annosa questione dell’onnipotenza divina. Io libero soggiacqui.

Passarono così vari mesi di studio. Anelavo al ricongiungimento con Zeno, che però era ancora introvabile. Anita non sapeva leggere e quindi mi era impossibile contattarla, anche se pensai più e più volte di mandarle un pensiero o addirittura andarla a trovare. Zeno però rimaneva una spina: credo ormai si sia capito quanto fossi legato a lui. Il suo intelletto fine, la freddezza nei momenti drammatici e il carisma aveva fatto sì che spesso le persone guardassero proprio a lui per risolvere i problemi. Ed a me; ma di quello mi accorsi solo successivamente.

Tutti i miei pensieri si interruppero quando ricevetti l’invito per un matrimonio. Ambra e Riccardo non avevano rinunciato alla loro promessa, nonostante questa fosse stata ricoperta di sangue. La sera della festa in maschera avevano infatti annunciato il fidanzamento. A quei poveri cuori sciagurati cos’altro poteva succedere? Purtroppo, di tutto.
Mi sono scordato, nel procedere, di eliminare il sospettato principale: infatti a quel tempo, come avevo anticipato, non ritrovando Cellili, colui che ritenevamo avesse un ruolo principe nella storia era il notaio Maccari. Niente di più sbagliato come ci mostrarono i negri tenendo in mano il cuore ancora palpitante del disgraziato. Ma torniamo alle nozze.
Andammo in un’antica Pieve. Qui fu dove capii che esistevano in effetti dei giocatori. Qui conobbi il Ragno ed il Serpente, anche se quest’ultimo in realtà non ho mai avuto occasione di vederlo, pur vedendo gli effetti dei suoi agenti. La cisterna del pozzo era stata infatti avvelenata usando un veleno di serpente che aveva effetti nocivi soprattutto sui ragni. Stranamente, ma solo all’apparenza, pochi fra noi non furono presi del veleno risultandone immuni. Erano per l’appunto tutte persone che avevano vissuto la medesima esperienza della “stanza” e qualche altro esterno. Se vorrai conoscere i nomi avrai bisogno di quegli appunti che serbo nella valigetta. Adesso le trame si fanno più oscure; adesso io vi chiedo di continuare a credermi perché se fino ad ora sembrava un delirio di un folle, ciò che segue è molto peggio. Eppure io so cosa ho visto. Eppure io ho domato alcuni di quei poteri. Li ho imbrigliati e li ho messi al servizio della mia persona. E li userò, finché al mio corpo resterà una goccia di sangue, finché nei miei polmoni resterà un filo d’aria, finché i miei occhi vedranno e la mia mente resisterà, per difendere chi non può e, quando sarà giunta la mia ora, per cercare chi possa continuare a farlo.
Ma procediamo con ordine. Alla pieve si presentò Zeno. Affrontammo una pesante discussione ma alla fine ci capimmo e rinsaldammo il legame. Egli mi spiegò che aveva scoperto di essere stato legato in quella “stanza” ad un qualcosa di oscuro. Egli mi disse come era riuscito grazie all’aiuto di un’altra persona, un farmacista di Siena, con, guarda caso, un tatuaggio con un serpente tutto intorno al petto, a slegarsi. Era anche lui ormai andato oltre. Ma come me, si era scelto la strada. Scoprimmo poi che uno dei monaci era legato ad una di queste entità; potrei dilungarmi e spiegarvi passo passo come questa conoscenza da impossibile sia diventata prima improbabile, poi possibile e probabile ed infine sicura; ma a che pro? Il tempo è poco e dobbiamo procedere. Non riuscimmo in tempo a recuperare la reliquia del luogo che aveva proprietà curative per curare questo sacerdote, che quindi ci lasciò la notte successiva al nostro arrivo.
Dopo la cena però egli tornò da noi. In qualche modo eravamo finiti in un sogno. Nelle terre del Sogno. Esistono altri mondi infatti che l’uomo può sfiorare per tutta la vita senza rendersene conto. Ma esistono. Ed io ne ho fatto ritorno. Finimmo nella pieve ma che non era più quella Pieve: il sacerdote aveva fattezze di Ragno e grazie a ciò che disse e ciò che avevo ormai scoperto da antiche pergamene capimmo: egli era un adoratore di Atlach Nacha, la dea Ragno. Una dea tessitrice che tesse instancabile una tela per unire la terra ove risiede, l’altopiano di Leng, alla nostra. Tesse sopra l’abisso, il cui custode, Nodens mano d’argento io ho visto. In quel reame si presentarono poi delle apparizioni: le stesse che erano nelle “stanze” e che là guidarono le nostre azioni. Di nuovo per comprendere appieno vi serviranno gli appunti nella borsa. Erano però solo tre. E con il ragno che li ospitava fa quattro giocatori. Non so se il quinto sia ancora in gioco, non so se abbia perso, non so se sia da altre parti o nascosto, in attesa, pronto a colpire. Quello che so è che si sfidarono: i tre volevano degli oggetti ed il sacerdote, mostruoso ma dal cuore buono ci chiese di aiutare a bandire coloro che erano stati i nostri carcerieri. Cercai di spronare i miei compagni a dare gli oggetti al mostro, che aveva mostrato però buon cuore fino a quel momento e lo continuò a mostrare anche successivamente. Questi oggetti ci avrebbero anche permesso di uscire dal reame in cui non è prudente rimanere. Fu così che cercai l’oggetto a me più congeniale e trovatolo mi accorsi che Zeno era caduto vittima dell’inerzia e della depressione. Egli aveva deciso, dato che vi erano più persone che oggetti, di sacrificarsi, di non uscire, di non cercare di vincere. Io invece, con al sicuro in tasca la mia possibilità di andare via cercai di fare il possibile per aiutare chi aveva bisogno d’aiuto. A che pro dare ad altri una possibilità che mi ero guadagnato da solo? Ero ancora inesperto ma l’arroganza che ebbi mi aiutò ad andare avanti.
Avevo cercato di evitare Anita il più possibile: per riottenere la fiducia di Zeno era stato necessario. Tuttavia il mio occhio la rincorreva spesso cercando i suoi per poi però abbassarsi subito, vergognoso. Anita sparì davanti ai miei occhi dopo che Adelchi le aveva puntato contro una pistola ed aveva fatto fuoco. La necessità di lasciare quel luogo si impadronì di me, facendomi da scudo contro il dolore. Quello ed il fatto che un girovago, con strane passioni arboree aveva provato a stordirmi da dietro per derubarmi. Decisi io per Zeno e dopo aver parlato con l’adoratore del Ragno lo convinsi. Egli avrebbe preso me come suo seguace ed in cambio avrebbe permesso ad entrambi di andare via. Così riuscì a salvare Zeno, consegnandomi al Ragno. Scoprii lì che quel colpo di pistola aveva salvato Anita invece di condannarla, ma fin da lì avrei dovuto capire che Adelchi poteva essere capace di tutto. Tu che leggi, guardati da Adelchi! Le sue mani sono lorde di sangue. E guardati dai preti, chè come ha testimoniato Don Silvano, possono essere sanguinari traditori: il crimine di Efialte di Trachis che guidò per le vie montane l’esercito persiano aggirando le Termopoli è forse meno schifoso di quello di cui si è macchiato Silvano. Guardati anche dal cristianesimo che con la sua censura ha reso oggi l’uomo ceco.

Ci svegliammo tutti insieme, consci l’un l’altro di ciò che avevamo vissuto mentre il mondo sembrava ignorarlo. Coloro che non erano riusciti a consegnare gli oggetti non erano più con noi. Sembravano spariti. Facemmo ricerche dopo ma mai ne trovammo traccia. Intanto io, nel salvare Zeno, mi ero spinto troppo in là, facendo un salto nel vuoto. Qualche notte dopo la mia anima vagò di nuovo e ciò che vidi fu la stessa Atlach Nacha. Tu che leggi sappi che quando parlo di pedina dico il vero. Abbassa la tua arroganza e sappi che intorno a noi vi sono mondi ed esseri di immensi poteri e che solo per comprendere la loro essenza la nostra mente potrebbe impazzire. Mi trovai a vagare sull’altopiano di Leng insieme ad Abigail, Ambra, Riccardo, Quintilio ed un matto che aveva al suo interno più personalità. Quintilio, bibliotecario di professione, uomo perbene di Livorno, dalla mente troppo svelta rispetto alla lingua che incontrai proprio a Loreo.

Ragno, Serpente e Violenza, tutti si sfidano per un qualcosa, cosa non so, e tutti passano sopra le persone. Fin dall’inizio rimpiansi il legame con il ragno, perché credo che l’uomo debba essere libero da questi poteri schifosi. E se la mia fine sarà quella di Prometeo per aver sfidato poteri troppo forti… beh l’accetterò. Ma l’idea che anche il pedone possa arrivare a divenire Regina mi spinge ad andare avanti.

Fummo raggiunti da persone orribili che ci rinchiusero in un manicomio, torturandoci tutto il giorno per un tempo indefinibile. La cosa terribile fu quello che successe dopo: era la violenza a giocare in casa e la conclusione fu terribile. Il Ragno era riuscito a portarci nei reami del sogno, distanti ma nello stesso mondo in cui la dea vive. La Violenza portò il suo mondo da noi. Un essere orribile ed abominevole venne rilasciato dai dottori e coloro che avevano aiutato a costruirlo Adelchi, Silvano ed altri uscirono a reclamare il sangue. Uscirono nella notte, armati per massacrare e basta. Per uccidere. Per dilaniare le carni. Per sparare nel petto durante un abbraccio. Così è morto il Balestri: una pallottola nel petto da Adelchi che lo abbracciava. Zeno era già stato ucciso, da chi non so, il giorno precedente. Terzilio, Ambra, Riccardo, ed anche Anita, tutti loro morirono, le viscere che hanno inzaccherato il terreno, gli schizzi delle budella ai quattro venti. Furono raggiunti dall’essere che in qualche modo sta ancora vagando su questa terra, e da lui vennero ridotti a carne informe pestata e triturata.

Questo è il destino per chi non riesce ad opporsi con forza e conoscenza. Questo è ciò che aspetta i saggi che falliscono e gli innocenti che non conoscono. L’unica strada è acquisire potere, forza e conoscenza. L’unica strada è continuare a lottare. Ed io, come Ettore, più non posso. Ma tu mia Andromaca, adesso devi continuare ad andare avanti. Tu devi diventare Paride, l’arciere che colpì con sicurezza quel tallone non invulnerabile, uccidendo l’altrimenti invincibile Achille.
Trova il punto. Scocca la freccia. Proteggi tutti e non chiedere riconoscimenti. Così sarai una persona degna di vivere.
Attualmente in vita e non troppo pazzo: Prof. Augusto Enea Piccolomini

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